Libia: una questione africana

Libia: una questione africana

intervista a Jacques Borde, storico e giornalista francese

Geostrategie 8 aprile 2011 – Traduzione di Alessandro Lattanzio

D – Come giudica il coinvolgimento dell’Europa?
Jacques Borde – Francamente: Un valzer ipocrita tra barili di petrolio! Con Cameron e Sarkozy debuttanti, sperando qualcosa di diverso da quatto soldi dal loro mentore degli Stati Uniti. Mentore che, ovviamente, non farà nulla e li farà rotolare nella farina. Ma si sa, con i nostri leader eurolandesi, eredi degni del colonial- socialismo avviata da Jules Ferry, si vede subito il lupo uscire dal bosco… Per quanto riguarda l’epica libica, l’Europa, a subito rivelato la sostanza del suo pensiero, dichiarandosi pronta a comprare il petrolio dei ribelli. “Se il reddito [dal petrolio e dal gas] non va al regime di Gheddafi, allora non abbiamo alcun problema con le operazioni commerciali col petrolio e il gas libici.” Questo è stato ammesso, a sua somma vergogna, dal caro Michael Mann, niente di meno che il portavoce del capo della diplomazia europea, Catherine Ashton.

D – A suo parere, si va verso una risoluzione della crisi?
Jacques Borde – Per nulla proprio. Il problema principale dei ribelli è la loro mancanza di efficacia sul campo. La motivazione in prima linea. E ancora. Le capacità tattiche vicino allo zero assoluto. L’apice è stato raggiunto da questi ribelli che sparano in aria al passaggio di una pattuglia aerea dell’asse atlantico, provocando al tempo stesso la sua risposta al lancio di traccianti, interpretato come ostile. Tragico e stupido assieme. Per quanto riguarda la strategia di queste persone, è difficile comprenderne gli arcani. Inoltre, sembra, i mezzi cominciano a mancare.

D – I ribelli continuano ad appellarsi all’Occidente per gli aiuti…
Jacques Borde – Sì. A ragione. Ma con risultati alterni. Se si (ri)cita Michael Mann, il buon uomo ha detto, facendo eco ai nostri stimati colleghi di Jeune Afrique, che l’UE “non aveva cambiato la sua posizione in merito all’embargo sulle armi imposto alla Libia dalle forze della NATO.” Quindi, se aiuta, non sembra farlo in modo molto massiccio. E non risolve il fatto che l’arma non fa il soldato! Con tali pietosi combattenti, il loro addestramento può richiedere mesi…

D – Gheddafi può davvero vincere?
Jacques Borde – Nulla è scritto, quando si parla di guerra. Chi credeva che i miliziani somali sulle loro ‘Tecniche’ avrebbero ottenuto la partenza di corsa delle forze statunitensi nel 1993?
Ma Washington, che da qualche parte ricorda la lezione di Mogadiscio, riguardo al caso libico – iniziato dalle sue spalle di Parigi e Londra, ricordiamocene – ci ha mostrato un curioso esempio di: “trattenetemi, o farò un macello.” Chiaramente, dalle 22:00 GMT di Lunedì, 4 Aprile 2011, nessun aereo ha fatto delle sortite. Certo, le forze di Gheddafi, come riferito, avrebbero perso un terzo del loro potenziale da quando le incursioni aeree dell’asse atlantico sono iniziate. Al costo di 851 sortite dal 31 marzo 2011. Un rapporto piuttosto deludente in termini di prestazioni. Il che, visto da l’altra estremità del telescopio, significa che Gheddafi ha ancora due terzi dei mezzi militari che ora utilizza con una maggiore intelligenza tattica. In realtà, il tempo è piuttosto a favore di Gheddafi.

D – In che senso?
Jacques Borde – non riesco a vedere gli insorti vincere da soli. Ovviamente, le forze lealiste le erodono lentamente. Leggendo Warden, ancora più eloquente sui limiti della guerra aerea in generale, e dei suoi Cinque Cerchi, e alcuni altri, i nostri tristi napoleoni hanno appreso che la strategia solo aerea non è sufficiente per vincere un conflitto. Una guerra si vince sul campo! In realtà, tutto si basa su due elementi:
1. Gli Stati Uniti continueranno a fornire – la maggioranza, ricordiamolo – degli attacchi aerei?
2. Chi si scontrerà coi Gheddafiani, per rimuoverli, mano a mano, dalle loro posizioni?
Finché non avremo una risposta a entrambe le domande, lo stallo continuerà. E la coalizione, così difficilmente costruita, potrebbe nel frattempo, disfarsi. Per iniziare – chi lo sa? – dagli Stati Uniti. Si viene, curiosamente, a sapere dell’arrivo a Tripoli di un ex parlamentare degli Stati Uniti. “Il nostro obiettivo è quello di incontrare il colonnello Gheddafi oggi, e convincerlo a lasciare il potere“, ha subito tentato di convincerci il repubblicano Curt Weldon dal The New York Times. L’amministrazione Obama ci mostra, da parte sua, il vecchio trucco dell'”iniziativa privata“. A chi credere, in questa fase?

D – Nella nostra prima intervista, lei ha parlato di “Somalizzazione”?
Jacques Borde – Assolutamente. Questo rimane valido. Come in Somalia, i nostri strateghi da sottoprefettura hanno creduto che bastasse sostituire, con un fischio, Gheddafi e la sua famiglia. Per adesso, è ciò che più ha fallito!
Inoltre, che dire di una libia affidata ai ribelli, di cui non sappiamo praticamente nulla? Sapete, in Libia, gli occidentali stanno cercando di ricreare ancora una volta il colpo della Somalia: Mohammed Siad Barre fu rovesciato, senza considerarne le conseguenze. Il crollo del regime di Barre ha portato il paese in una terribile guerra civile tra fazioni concorrenti. Soprattutto quella che ha sostenuto il presidente ad interim, Ali Mahdi Mohamed, e quella che ha sostenuto il generale Mohamed Farah Aidid. Lo stesso uomo che ha costretto gli statunitensi ad andarsene con la coda fra le gambe, durante l’inverno del 1993. Ricordate?

D – Ma l’intervento in Libia incontra qualche accordo?
Jacques Borde – Sì. Ma non all’unanimità. E’ lontana. Prendo atto della estrema cautela dei paesi africani. Tra l’altro i primi e i più colpiti da questa crisi. Soprattutto quella di Jean Ping e Idriss Deby. Il primo presiede l’Unione africana e l’altro, il vicino Ciad! I due uomini dicono, parola per parola, quello che vado dicendo da settimane su questa crisi …

D – Vale a dire?
Jacques Borde – Prendete il Presidente Déby, che cosa ha detto ai nostri stimati colleghi di Jeune Afrique? Ciò che lo preoccupa, “è ciò che sta accadendo oggi in Libia e il rischio di implosione di questo paese. L’islamista al-Qaida ha approfittato del saccheggio degli arsenali nella zona ribelle per rifornirsi di armi, compresi i missili superficie-aria, che sono stati successivamente dispersi nei loro santuari nel Ténéré. Questo è molto grave. L’AQIM sta diventando un vero e proprio esercito, il più attrezzato della regione.” Più oltre, nel corso dell’intervista, il presidente Deby ha ribadito i suoi timori, affermando “che l’Aqmi ha di certo preso parte attiva alla rivolta”.

D – Credete?
Jacques Borde – E perché no? Il presidente Idriss Deby sembra un uomo più sicuro e avvertito sulla questione – non siamo al centro di una crisi che sta alle sue frontiere e che riguarda un uomo che è stato sia un nemico che un alleato del colonnello Gheddafi – del saggista mondano-sessuologo-diplomatico Lévy, BHL voglio dire!

D. – Per voi, Deby è ben posizionato nel giudicare questo caso?
Jacques Borde – Sì. E’ in prima linea, giusto? E’ anche un capo militare coscienzioso, efficace e non senza coraggio. Inoltre, i francesi sono in grado di saperlo, il Ciad ha eccellenti servizi di informazione: L’Agence Nationale de Sécurité (ANS), in particolare, che è l’equivalente alla Direzione generale per la sicurezza esterna (DGSE) francese. Il suo ruolo è – cito il Presidente Deby, “difendere il paese contro il terrorismo, gli agenti dormienti di al-Qaida e il pericolo esterno” – penso che dovremmo dargli qualche credito in questo dossier. Più della logorrea di BHL, comunque, che ci ha portato in questa sanguinosa crociata. E la parola non è mia, vi ricordo.

D – Quali sono gli argomenti del presidente Deby?
Jacques Borde – Rileggete semplicemente i suoi commenti a François Soudan di Jeune Afrique: per lui l’impegno occidentale “…è una decisione affrettata che potrebbe avere gravi conseguenze per la destabilizzazione regionale e la diffusione del terrorismo in Europa, Mediterraneo e Africa (…). Una pacifica insurrezione popolare come è successo in Tunisia e in Egitto è una cosa, mentre una ribellione armata in Libia è un’altra. Sostenere questo tipo di fenomeno, per non parlare di intraprendere un’azione militare per accompagnarla e farla riuscire, sarebbe direttamente contraria al Trattato dell’Unione africana. La nostra posizione, come avevamo già stabilito al Consiglio per la pace e di sicurezza (CPS), tenutasi ad Addis Abeba il 9 e il 10 marzo, era chiara: cinque capi di stato hanno dovuto viaggiare in Libia e ci hanno fornito la loro relazione, prima di prendere una decisione. Nel frattempo, non abbiamo avuto modo di condannare Gheddafi a priori. L’ONU, l’UE, la Francia e gli Stati Uniti non ha voluto tener conto dell’UA. Questo è sbagliato“. Non ho nulla da aggiungere.

D – Pensate che l’Occidente ha preso sottogamba l’Africa?
Jacques Borde – Peggio. E’ il puro succo del colonial-socialismo. Nella buona vecchia tradizione del costoso disprezzo di Londra e Parigi. Inoltre, il capo dell’Unione africana, Jean Ping, non ha nascosto i suoi sentimenti su ciò. In un’intervista con RFI non ha sottolineato che “quando l’Unione europea e gli altri hanno preparato la risoluzione e l’applicazione, nessuno è venuto a trovarci. Madame Ashton è andata al Cairo e non è mai venuta a trovarci. Anche il ministro degli affari esteri francese, Alain Juppé, è andato al Cairo. Nessuno è venuto a trovarci!” E ‘chiaro, no?

D – Ed è stato sbagliato non ascoltare gli africani?
Jacques Borde – Sarebbe più esatto dire che gli occidentali, mentre erano già tutti presi da loro trip guerriero, non hanno voluto ascoltare nessuno! Soprattutto non è un Jean Ping che ricorda loro, cito, “la differenza che esisteva tra gli eventi in Libia, Tunisia ed Egitto, in Tunisia c’è stata la “rivoluzione gelsomino”, una rivoluzione pacifica. Nessuno è andato con i carri armati dalla parte dei giovani rivoluzionari. In Libia ci sono due forze militari. Su ogni lato, vi sono armi pesanti! Dei carri armati! Così è molto più simile a una guerra civile. E i rischi, la divisione e la “Somaliazzazione” del paese”.

D – Cosa pensate della tesi dei mercenari africani al soldo di Gheddafi?
Jacques Borde – molte cose. La prima, che venendo dall’Occidente, è come se il bue da del cornuto all’asino! Una gigantesca stronzata…

D – Cosa volete dire?
Jacques Borde – Il perfido Muammar che assume mercenari? Ammettiamolo! Divertente, tuttavia, provenendo da potenze occupanti l’Afghanistan e l’Iraq, dove quasi o più, a seconda del caso, del 50% degli effettivi impegnati sul terreno sono contractors che lavorano per compagnie private militari (PMC). In altre parole, mercenari. Tra 120.000 e 180.000 secondo i dati, più delle truppe regolari statunitensi oggi in Iraq. E tra 80.000 e 100.000 in Afghanistan, secondo le fonti. Questa deriva dalla privatizzazione della guerra è un fenomeno abbastanza diffuso. Ognuno se ne approfitta da quasi dieci anni. E all’improvviso diventa un problema, anche un crimine, quando l’utilizza Tripoli. Che, del resto, non è stato provato in modo indipendente!

D – Avete dei dubbi?
Jacques Borde – Dopo Timisoara, ho imparato a diffidare del prêt-à-penser veciolato dal Io sono ovunque della decenza mediatica proprietà. Per ora, il minimo che possiamo dire è che ci mancano le prove. Verificabili, voglio dire. A questo proposito, il presidente del Ciad, Idriss Deby, è stato molto chiaro. Per lui, “Non c’è nessun canale, formale o informale, per reclutare mercenari per la Libia. Detto questo, centinaia di migliaia di ciadiani vivono in Libia, alcuni da tempo integrati nella società di questo paese. E’ quindi possibile che una manciata di loro abbiano, in un modo o nell’altro, partecipato individualmente a battaglie“. Su questo punto, ricordimoci che molti di questi ciadiani sono doppi cittadini suscettibili di coscrizione, come gli altri libici, nelle forze regolari.

D – E gli altri paesi africani?
Jacques Borde – Nulla di conclusivo è ancora disponibile. E dopo? Ho visto sulle nostre televisioni, forza interventista, i ministri (presumibilmente) integrati e specialisti di ogni tipo, vantarsi ampiamente dei principali accordi militari – chi Franco-Emirati Arabi Uniti, chi Franco-Qatar – che hanno consentito a queste due monarchie di arraffare la loro parte del bottino in Libia, la sua acqua e il suo petrolio. Perché Tripoli non agirebbe nello stesso modo con le capitali africane del suo ambiente geopolitico? Ma, onestamente, credo che soprattutto i malvagi mercenari africano del ribollente comandante di Tripoli, per battuti che siano, sono nella stragrande maggioranza, e più semplicemente, cittadini libici. È la caratteristica delle guerre civili vedere i cittadini di un paese, dividersi tra i due campi. Senza dubbio questo spiega, anche, la prudente attenzione degli Stati Uniti su questo tema: Civil War è un termine di cui i nostri amici statunitensi sanno, meglio di altri, il significato più profondo. Non l’imparano sui banchi di scuola?

D – Qualcosa da aggiungere?
Jacques Borde – Sì. Sembro non fare tanto caso agli insorti. Ma non è disprezzo. Il mestiere delle armi, per parlare solo di esso, non s’improvvisa. La Geopolitica, neanche. Tutti, soprattutto quelli che spingono per la guerra, sembrano avere preteso, con una sorprendente leggerezza, da questi ribelli più esperienza, saggezza politica, e quindi, risultati che non ebbero i leader, sebbene accorti, dell’esercito dell’impero di Alessandro che disputandosi il suo Impero, non poterono evitare scomparsa. Ciò che accadrà è, purtroppo, in gran parte prevedibile. É stata l’agitazione dei nostri furieri della guerra, a essere stata la cosa più criminale. Quanto al futuro, come Platone ha scritto: “Solo i morti hanno visto la fine della guerra.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://aurorasito.wordpress.com/2011/04/08/la-libia-soprattutto-una-questione-africana/

Advertisements
This entry was posted in +Archivio Generale - All Posts, Africa, Giornalismo storico, Libia. Bookmark the permalink.