Egemonia geopolitica e guerra del gas dietro la rissa Turchia-Israele?

La Turchia sacrifica Israele

di Stefano Torelli – Limes 6/10 “Il ritorno del sultano”

Nella crisi diplomatica tra Ankara e Tel Aviv la pubblicazione del rapporto Palmer sull’assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara è solo un pretesto. I motivi di politica interna e strategia regionale dietro la scelta di Erdoğan. Un altro problema per Netanyahu.

L’abbassamento della rappresentanza diplomatica israeliana in Turchia al livello del secondo segretario, con la conseguente espulsione dell’ambasciatore di Israele in Turchia Gabby Levy e di tutti gli altri diplomatici di livello, segna la consacrazione della crisi dei rapporti tra Ankara eTel Aviv. Con una nota molto lunga e argomentata, il ministro degli Affari Esteri turco Ahmet Davutoğlu ha spiegato, lo scorso 2 settembre, che la decisione è stata presa in seguito alla pubblicazione del cosiddetto rapporto Palmer sull’assalto israeliano alla nave turca Mavi Marmara. La pubblicazione del rapporto, frutto di un’indagine ordinata dalle Nazioni Unite, era stata posticipata già due volte e, sebbene Tel Aviv avesse chiesto un’ulteriore proroga di sei mesi, è stato anticipato dal New York Times lo stesso 2 settembre e conclude che, sebbene il blocco della Strisica di Gaza da parte di Israele sia una “misura di sicurezza legale”, l’azione militare che ha portato all’uccisione di nove cittadini turchi in acque internazionali è stata del tutto “eccessiva, ingiustificata e inaccettabile”.

Davutoğlu ha specificato che fino a quando Israele non presenterà alla Turchia delle scuse ufficiali per questo “atto di aggressione” i rapporti tra i due paesi non verranno normalizzati. Dopo le continue divergenze e accuse reciproche, iniziate con l’operazione “Piombo Fuso” da parte di Israele nella Striscia di Gaza tra il 2008 e il 2009 e continuate con altre piccole crisi diplomatiche, quella che sembrava essere una relazione strategica nel cuore del Medio Oriente – tra gli unici due attori non arabi, fatta esclusione dell’Iran, e tra le uniche due democrazie dell’area – subisce un colpo durissimo.

La decisione del governo di Erdoğan, del resto, non è del tutto inaspettata (e forse è per questo che Netanyahu, al momento alle prese con uno dei più grandi movimenti di protesta sociale interna della storia di Israele, aveva chiesto che il rapporto fosse pubblicato tra sei mesi) e riflette la volontà dell’opinione pubblica turca. Non solo: riflette una relativa coerenza con quanto annunciato dallo stesso Erdoğan subito dopo i fatti della Mavi Marmara, vale a dire che la Turchia, qualora si fosse stabilito che l’azione israeliana era effettivamente stata ingiustificata, non avrebbe chiuso un occhio e avrebbe preteso scuse formali. Scuse che il governo di Tel Aviv ha detto che non renderà mai, in quanto convinto di aver agito secondo i criteri di legittima difesa. Cosa si nasconde dietro questa crisi diplomatica? Chi ne esce davvero sconfitto e perché si è arrivati al congelamento delle relazioni?

Dal punto di vista della Turchia, si possono individuare fattori di debolezza e altri di forza. Il congelamento delle relazioni diplomatiche con Israele mette sicuramente in discussione – se non in crisi – l’efficacia della politica di “zero problemi con i vicini” sponsorizzata proprio dall’attuale ministro degli Esteri Davutoğlu. Tale discorso risulta ancora più valido in considerazione dell’innegabile incrinatura dei rapporti con un altro vicino su cui la Turchia aveva improntato la sua politica mediorientale negli ultimi 10 anni: la Siria di Assad. D’altro canto, il governo dell’Akp conquista consensi non solo all’interno, consacrando un risultato elettorale che già lo aveva visto vincitore – seppur non con il margine di vantaggio sperato – ma anche tra il resto del mondo arabo in cerca di un esempio da seguire. Infine, conquista sicuramente anche il consenso dell’Iran, con il quale ultimamente le relazioni sembravano essere meno strette di qualche mese fa, stemperando per il momento un’altra possibile fonte di tensione regionale.

Per lo Stato di Israele la presa di posizione di Ankara rappresenta l’ennesimo segnale di isolamento nella regione. Il governo oltranzista guidato da Netanyahu è ritenuto il maggior responsabile della situazione attuale in cui versa la diplomazia israeliana e non è un caso che le proteste di piazza dei cosiddetti indignati israeliani, in cerca di giustizia sociale, stiano procedendo con sempre maggior vigore. Insieme ai problemi legati alla crisi economica e del lavoro, infatti, il paese deve affrontare anche una serie di sfide diplomatiche legate alla propria sicurezza che di certo non facilitano l’azione del governo. Nei giorni passati, prima della stretta finale nei rapporti con la Turchia, Israele aveva nuovamente dovuto far fronte alla rinnovata sfida del terrorismo di matrice palestinese, legato alla fine della tregua con Hamas, così come alla parziale rottura di un altro perno della propria politica mediorientale: l’Egitto. Quell’Egitto che nella fase post-Mubarak sta ridisegnando le proprie alleanze e, in seguito all’uccisione di cinque suoi poliziotti nella Penisola del Sinai da parte dell’esercito israeliano (nell’ambito della ritorsione israeliana per gli attentati subiti lo scorso agosto nella città di Eilat, che hanno provocato la morte di otto civili israeliani), ha annunciato la decisione di ritirare il proprio ambasciatore da Tel Aviv, ritenendo Israele responsabile per la morte dei propri connazionali. Tutto ciò mentre la Siria è in fiamme, fattore che influenza in modo negativo sia la Turchia sia Israele, e fervono i preparativi per il voto all’Assemblea Generale dell’Onu per il riconoscimento dello Stato palestinese. Tutte questioni che vedono Tel Aviv isolata (al netto dell’appoggio, ormai quasi strutturale, degli Usa e di gran parte dell’Europa) a livello regionale e internazionale.

Come specificato dalla stessa nota diplomatica rilasciata dalla Turchia, dunque, il problema non sembra essere Israele, quanto il governo Netanyahu, visto anche da parte dell’opinione pubblica israeliana come un elemento che ha certamente contribuito a creare la situazione di tensione in cui si trova attualmente lo Stato ebraico. Proprio la sicurezza torna a rivestire un ruolo importante nella decisione turca. Il comunicato di Davutoğlu, oltre ad annunciare l’espulsione dei diplomatici israeliani, dice anche che sono sospesi tutti gli accordi militari tra i due paesi e, cosa più importante, dichiara perentoriamente che “in quanto Stato costiero con la costa più lunga di tutti nel Mediterraneo orientale, la Turchia intraprenderà qualsiasi azione dovesse ritenere necessaria per assicurare la libertà di navigazione nel Mediterraneo orientale”. Queste tre righe suonano quasi come un avvertimento di guerra nei confronti di Israele e, sebbene sia altamente improbabile che si arrivi davvero a un scontro armato, sicuramente assisteremo a una maggiore militarizzazione di questa porzione di Mare Nostrum. La Turchia, insomma, avrebbe deciso di mostrare i muscoli e sembrerebbe quasi, come già fatto notare da alcuni analisti turchi, voler conquistare l’influenza regionale che non è riuscita a ottenere appieno con il soft power, direttamente con l’hard power, vale a dire con la classica espressione della potenza.

Indirettamente, l’annuncio non può non richiamare alla mente l’altra grande questione irrisolta della politica estera e diplomatica della Turchia: Cipro, bagnata dallo stesso mare. E, insieme a Cipro, una questione di cui si comincia a parlare sempre di più: le immense risorse di gas naturale che si celerebbero sotto i fondali dell’Est Mediterraneo, nel giacimento chiamato Leviathan. Le società israeliane che hanno effettuato i rilievi hanno dichiarato che vi sarebbero circa 450 miliardi metri cubi di gas naturale sotto il mare tra Cipro, Israele, Libano, Siria e in parte Egitto, mentre altre stime arrivano a parlare di cifre sei volte maggiori. Chiunque riesca a garantirsi questa ricchezza – e Israele pare già in vantaggio – avrà di che vivere (e far vivere) per molti anni a venire. Se da un lato si parla di nuove guerre per il gas tra Libano e Israele, d’altro canto Israele e Cipro avrebbero già raggiunto degli accordi in merito. Il fatto che da tali accordi sia stata lasciata fuori la parte turca di Cipro, Cipro Nord, e che i confini marittimi non siano stati discussi con quest’ultima, porta Ankara a farsi direttamente garante degli interessi turco-ciprioti.

La rottura dei rapporti tra Israele e Turchia, dunque, cela una serie di interessi strategici e geopolitici di Ankara nella regione e non può essere ricondotta alla semplice volontà di vendetta da parte del governo Erdoğan nei confronti di Netanyahu. Se da un lato è sicuramente vero che l’azione è diretta in parte proprio contro l’attuale esecutivo israeliano, piuttosto che contro lo Stato di Israele, dall’altro la Turchia continua a perseguire degli interessi di natura strategica, politica ed economica ben chiari, nonostante l’apparente indebolimento della propria posizione mediorientale. A conti fatti, Israele perde più della Turchia, che continua ad avere ancora molte opzioni e molti margini di manovra per portare avanti le proprie ambizioni di potenza regionale.

Fonte: Limes, Rivista Italiana di Geopolitica

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