In memoria di Fausto Gianfranceschi, ultimo intellettuale reazionario

E’ morto Fausto Gianfranceschi,
ultimo intellettuale reazionario

– E’ morto ieri a Roma: aveva 84 anni. Uomo di destra senza ripensamenti, cattolico apostolico romano, fu un polemista vivace e fuori dal coro.

– Fu una festa d’addio quella che facemmo poche settimane fa a Fausto Gianfranceschi, senza dirlo a nessuno, nemmeno tra noi. Si presentava un libro d’arte curato da sua figlia Michela e ci ritrovammo in tanti suoi amici in Biblioteca Casanatense per rivederlo e per salutarlo. Ci avevano detto che probabilmente sarebbe stata l’ultima sua apparizione pubblica, l’ultima volta che avremmo visto Fausto, e noi che lo sapevamo in lotta col male ormai da tanti anni, fingevamo di non crederci. Ma lasciammo cadere altri impegni, e con scuse improbabili, ci presentammo alla serata con quel sottinteso d’addio dissimulato dal piacere dell’evento. Fausto faceva gli onori di casa, con la affabile fierezza che lo distingueva, insieme a sua moglie e sua figlia, benché visibilmente provato. Sua moglie Rosetta mi fece sedere a fianco a lui, mentre ascoltava la sua figlia più piccola, a cui aveva dedicato un dolcissimo libro di padre maturo, L’Amore paterno, quando lei era bambina. Provai a condividere in quel momento i suoi pensieri di padre, la sua implicita cerimonia d’addio, il piacere di ascoltare sua figlia che illustrava con passione l’opera davanti a un bel pubblico. Alla fine lo salutai come si salutano gli amici a cui vuoi bene, evitando ogni solennità ma ben sapendo che difficilmente ci saremmo rivisti.
La notte scorsa Fausto ha smesso di combattere la sua antica battaglia contro la morte. Cominciò quella lotta assai presto, più di trent’anni fa, scrivendo un libro, Svelare la morte, dedicato alla perdita di suo figlio Giovanni in un incidente stradale. Un testo sincero e coinvolgente contro il tabù della morte, nel nostro tempo ribattezzata scomparsa e rimossa dagli spazi pubblici e comunitari. Fausto combattè per tanti anni con coraggio e perfino con sfottente e cristiana ironia, una lotta estenuante contro la sua malattia. E di recente un altro doloroso e intenso libro aveva accompagnato la tragica perdita di un’altra sua figlia, Federica. Ma non vacillò mai la sua fede, nonostante gli agguati impietosi della vita.
Uomo di destra, sanguigno e diretto, cattolico apostolico romano, non per modo di dire, «reazionario» come ebbe a definirsi in un libro recente, aveva curato per molti anni la gloriosa pagina culturale de Il Tempo diretto da Gianni Letta. Ha scritto saggi e romanzi, diresse per primo Intervento, la rivista fondata da Giovanni Volpe. Era stato da giovane un militante della destra rivoluzionaria e nostalgica, aveva patito il carcere per le sue idee contro il suo tempo, ma non cambiò mai idee. Polemista vivace, pubblicò anche un tagliente Stupidario della sinistra (1992). Gianfranceschi fu uno tra i primi miei riferimenti umani e culturali che conobbi sbarcando a Roma quand’ero ragazzo. Avevo recensito il suo Svelare la morte, un libro che andrebbe ripubblicato insieme all’Amore paterno, come un elogio sofferto e vero della famiglia. Nel saggio Il senso del corpo, Gianfranceschi concludeva con una limpida professione di fede nella resurrezione della carne. «L’umiliazione e la sofferenza fatali della mia carne prepareranno, io spero, la mia resurrezione». Così si è presentato ieri Fausto alla pietà del divino.

di Marcello Veneziani – il Giornale, 20 febbraio 2012

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La morte di Fausto Gianfranceschi

Fausto Gianfranceschi un mese fa, quando rifiutò ogni accanimento medico, chiamò il parroco della Chiesa Nuova e gli disse di desiderare l’estrema unzione. Eppure, la malattia non aveva messo in scena l’ultimo atto. Nella sua casa, tra le librerie e i mobili e i quadri d’epoca, la pendola scandiva le ore e lo scrittore correggeva le bozze dell’ultimo libro, di aforismi. Squillava ogni tanto il telefono, qualche amico in visita, le voci care nelle stanze. Lo sapeva anche il parroco che la fine presto sarebbe sopraggiunta, ma ugualmente si stupì della richiesta, spoglia d’ogni patema. Però l’indomani andò ad amministrargli l’olio santo, a confessarlo e a comunicarlo. Poi lo scrittore e il prete si accomodarono e ripresero il filo dei discorsi che negli anni li avevano fatti amici. Il prete, un polacco, conosceva la Fede adamantina di Fausto e la straordinaria padronanza ch’egli aveva di sé e delle sue scelte, talvolta difficili da condividere ma sempre nette e sentite. Soprattutto, era un irriducibile avversario del “pensiero unico”. Gli piaceva rovesciare i luoghi comuni, se del caso fino al paradosso. Tanti anni fa, al tempo del libro Svelare la morte, veleggiando tra il gotico e l’ironico prese di mira anche la “comare secca”, sostenendo ch’ella più presto e più crudelmente, come per un’infrenabile eccitazione, colpisce chi più la teme: e che dunque non conviene secondare questa sua predilezione. Egli infatti non la secondò quando, diciassette anni orsono, gli diagnosticarono un microcitoma polmonare che lo avrebbe ucciso in cinque-sei mesi. Si lasciò curare, ma la sfidò continuando a fumare. E divenne un eccezionale caso clinico, che gli oncologi portarono in un congresso scientifico. Era felicemente poligrafo. Saggista (specialmente con l’iniziale L’uomo in allarme, poi con Teologia elettrica e con Il senso del corpo); narratore (il romanzo Giorgio Vinci psicologo vinse il Premio Napoli e fu terzo allo Strega); autore di pamphlet di grande e silenziato successo, come lo Stupidario della sinistra, puntuale raccolta di sciocchezze e sfondoni, che procurò nemici a Mondadori e divertì Alberto Burri; e autore, ancora, di due libri che raccolsero il suo più alto e puro sentimento, L’amore paterno e Federica, morte di una figlia, quest’ultimo del 2008 e dedicato a un rinnovato strazio: la scomparsa repentina d’una figlia quarantenne, dopo la tragica fine di un figlio poco più che ventenne, Gianni, avvenuta negli anni Settanta. Come una torre lo scrittore è svettato nel territorio culturale impropriamente detto “di destra”. Però una torre senza ponte levatoio, e benvenuto il confronto: questo era Gianfranceschi, bell’uomo, dritto nella persona, tetragono e lieve al tempo stesso, molto somigliante al suo nome, che poteva evocare auspici marcianti al passo del Gattamelata. Irrideva i salutisti e i cultori del body-building, ma ancora oltre i sessant’anni praticava il surf. E da ultimo, quando era già in vista degli ottantaquattro anni e la salute veniva a mancargli, non aveva rinunciato alle sue passioni: i concerti, il teatro, le mostre e l’antiquariato al quale lo aveva iniziato il padre, anch’egli di quei signori romani innamorati delle cose belle: il padre che gli aveva fatto frequentare il “Massimo”, dove c’era da misurarsi con la ratio studiorum dei gesuiti. Poi il suo cattolicesimo finì in ombra nei primi anni Cinquanta, quando anzitutto le letture e le frequentazioni del filosofo Julius Evola e di Massimo Scaligero, studioso di tradizioni orientali e seguace di Rudolf Steiner, offrirono orizzonti di rivalsa, sebbene metafisici e metastorici, a una fila di giovanissimi che “non avevano fatto in tempo a perdere la guerra” e che, come se avessero voluto perderla anch’essi, quasi in vista degli anni Cinquanta progettarono di passare all’azione. Venne poi l’impegno nel Movimento Sociale Italiano, con la fondazione di associazioni studentesche che raccolsero vasto seguito e che vinsero nelle elezioni universitarie in parecchi atenei. Ma la militanza sembrò arenarsi nelle secche della routine politica, e allora sopraggiunse l’impegno culturale. Gianfranceschi piacque all’antifascista Renato Angiolillo, che lo volle a Il Tempo (come volle nel ’56 anche alcuni giornalisti che erano usciti dall’area comunista dopo l’invasione dell’Ungheria). E nel Tempo anni dopo succedette a Enrico Falqui e a Carlo Belli nella guida della famosa Terza Pagina, che tenne per oltre un ventennio. Anche sotto la direzione di Gianni Letta e fino al 1988, aprendola a personalità come Augusto Del Noce, Mario Praz, Ettore Paratore, Rodolfo Wilcock; e a giovani collaboratori, com’erano allora, tra gli altri, Franco Cardini, Paolo Isotta, Marcello Veneziani. Del Tempo restò per molti anni illustre collaboratore, finché si ripromise di dedicarsi soltanto ai libri. (Ma chi de Il Tempo lo frequentava, anche ultimamente lo trovava curioso della vita di redazione, che era stata in buona misura la sua vita).

di Gino Agnese – Il Tempo, 20 febbraio 2012

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Il legame di ideali che diventa di affetti,
di condivisione morale e civile.

A Fausto Gianfranceschi hanno fatto riferimento una serie di intellettuali – scrittori, giornalisti, studiosi del pensiero – che nel giorno della scomparsa sfaccettano un aspetto del suo carattere. Ma c’è un aggettivo che ciascuno di loro gli attribuisce. Gianfranceschi è stato la personificazione della coerenza e della lealtà. Gianfranco De Turris – giornalista, scrittore, studioso di Tolkien – è il più vicino, come generazione. «Con Gianfranceschi, lui degli anni Venti, io degli anni Quaranta, condividevamo questo interrogativo. Chi verrà dopo di noi? Intendendo chi avrebbe potuto continuare, e con quali spazi, il nostro discorso ideale. Fausto è stato una delle persone più oneste, più limpide che io abbia conosciuto. Coerente anche nei momenti personali più difficili. Dirigere negli anni Sessanta la Terza Pagina de Il Tempo, una delle poche orientate a destra tra i quotidiani italiani, era stare in trincea. Mi pubblicava articoli, seppur con lo pseudonimo, perché doveva fare i conti con il clima ostile. Continuammo insieme sulle riviste di Marcello Veneziani, come Lo Stato e L’Italia settimanale, quest’ultima nata nel ’92, poco prima dell’avvento del centrodestra, che fece da battistrada al governo Fi-Lega-An. Ma appunto questo ci domandavamo, con insistenza: “Quali saranno le nuove generazioni culturali che si rifaranno all’idea di destra? Chi le aiuterà a venir fuori? Chi le sosterrà? Perché, ragionavamo, nel mondo della comunicazione, se le idee non si espongono non esistono». Ma qual era, la destra di Gianfranceschi? «Era cittadino di un mondo di rigore, di valori, di onestà intellettuale – spiega De Turris – Ed era cattolico, arrivato al cattolicesimo attraverso Evola. Sì, Evola, marchiato di razzismo. Non era questo, ma il portatore di una visione del mondo spirituale. S’inquadra qui anche l’antimodernismo di Gianfranceschi. Ricordo un suo libro, “Teologia elettrica”, pubblicato da Volpe, nel quale criticava l’apertura del Concilio Vaticano II alla modernità». Nei libri e nella (s)fortuna di Gianfranceschi autore scava Stenio Solinas, il giornalista e scrittore che ha contribuito alla nascita di «Nuova Destra», ispirata a De Benoist. «Voglio ricordare due suoi saggi, che varrebbe la pena di ristampare, “Il sistema della menzogna e della degradazione del piacere” e “Svelare la morte”. Nel primo si dimostra pensatore rigoroso, capace di analizzare la società del tempo. Nel secondo è capace di interrogarsi sul significato della vita e della sua fine. Poi c’è il Gianfranceschi romanziere. E voglio citare “Belcastro”, del 1975, un’opera fantasiosa, vicina alla scrittura di Buzzati, sul quale scrisse anche un saggio. Riflette, in quelle pagine, il suo carattere di uomo elegante e ironico, capace di tener fede agli ideali, senza mai farsi abbattere. Credo proprio che, come autore, non abbia avuto quello che si sarebbe meritato. Perché ha scontato il clima di un’epoca nella quale essere di destra era considerata la morte civile. Però se ne infischiava di non essere considerato da quanti a sua volta non considerava affatto». Marcello Veneziani ha conosciuto Gianfranceschi che era poco più di un ragazzo, rimanendone affascinato. «È stato, tra coloro che appartenevano a una generazione diversa dalla mia, uno dei miei primi riferimenti. Fondamentale insegnamento il suo limpido esempio di coerenza morale e civile, il suo legame con la tradizione cattolica e con la destra dei valori, quella che sfidava il potere culturale e lo faceva in solitudine. Ero poco più che ventenne quando recensii il suo “Svelare la morte”. Poi cominciai a collaborare a “Il Tempo”. Ma quel libro resta una pietra miliare. Gianfranceschi combatteva trent’anni fa il tabù della morte, un tema ripreso oggi da Concita De Gregorio nel suo ultimo libro. Lottava contro il luogo comune che rimuove la morte, che la considera oscena. Lo faceva con lucidità, reduce da una drammatica esperienza personale che gli aveva portato via il figlio. Invece di eludere il trapasso, lo considerava complemento naturale dell’esistenza. Ed è tornato sul tema anche di recente, quando ha perso prematuramente una figlia. Così come alla nascita di un’altra aveva dedicato un volume. Ecco, può essere definito anche scrittore della famiglia perché come pochi ha saputo cantare il sentimento paterno». Anche Gennaro Malgieri riconosce in Gianfranceschi un maestro: «Con lui la cultura critica della modernità perde uno degli interpreti più lucidi ed efficaci. Un intellettuale raffinatissimo che ha aiutato il pensiero non conformista ad avere cittadinanza in un paese egemonizzato dal relativismo e dal materialismo pratico. A me è stato d’esempio nell’affrontare le prove più dure che il destino possa riservare». Una strada che Gianfranceschi ha condiviso con Alfredo Cattabiani, il direttore editoriale delle Edizioni dell’Albero, della Borla e poi di Rusconi, che ne pubblicò molti libri. «Fausto e Alfredo – ricorda Marina Cepeda Fuentes, vedova di Cattabiani – volevano essere intellettuali capaci di pensare e agire con la propria testa. Senza nessuno condizionamento da parte della politica».

di Lidia Lombardi – Il tempo, 20 gennaio 2012

“Maurizio Blondet insegna l’utile esercizio di leggere attraverso le notizie. La dietrologia non è una scienza futile, gli spiriti vigili sanno che Satana è tanto più forte quando i sapienti ne negano l’esistenza”.

Fausto Gianfranceschi (da “Lode della torre d’avorio”, Ares, Milano 2007)

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Posted by S.M. on 21 Feb 2012
per TerraSantaLibera.org

at https://terrasantalibera.wordpress.com/2012/02/21/in-memoria-di-fausto-gianfranceschi-ultimo-intellettuale-reazionario/

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