Israele tra 25 anni: previsioni fanta/reali di alcuni membri del popolo eletto

Fiamma Nirenstein, Wlodek Goldkorn, Benjamin Netanyahu

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ISRAELE TRA 25 ANNI.
FANTAPOLITICA O PREVISIONE CERTA ?

Alcune settimane fa abbiamo acquistato con interesse uno degli ultimi numeri di Limes (la prestigiosa rivista diretta da Lucio Caracciolo) intitolato “ISRAELE, PIU’ SOLO, PIU’ FORTE”.

Fra gli articoli, come al solito di assoluto rilievo, in special modo per osservare quello che succede nel mondo “dal punto di vista atlantico”, ci siamo soffermati più volte a rileggerne uno a titolo: “ANNO 2037. ISRAELE NON C’E’ PIU’ ” a firma Wlodek Goldkorn, che in seguito, abbiamo scoperto essere il responsabile culturale de L’Espress0, quindi firma prestigiosa e profondo conoscitore dello stato israeliano.

Ebbene, in un esercizio di pura fantapolitica Goldkorn per gli scenari dell’anno 2037 parla di “Libero Territorio di Tel Aviv-Giaffa” e non più di Stato d’Israele. In pratica il giornalista immagina il modesto territorio come una specie di avveniristica Hong Kong del Mediterranno dove il Libero Territorio è alleato di una Federazione Turca ormai tornata agli splendori dell’Impero Ottomano. E chi è che si contrappone geopoliticamente all’egemonia turca ?

Ad insidiare la federazione a guida turca c’era la Repubblica Democratica di Mesopotamia. Adesso spieghiamo brevemente come si arriverebbe a questo scenario. Il problema Palestina viene risolto con la creazione di un vero e proprio stato con capitale Gerusalemme ed anch’esso un vero e proprio protettorato turco.

Goldkorn va ben oltre. Ci racconta perfino gli eventi a cui si arriva alla cartina geopolitica del 2037: “…in tutto il mondo arabo cadevamo regimi dittatoriali e si rafforzavano alcuni partiti islamisti. E la Turchia aveva da tempo rinunciato a entrare nell’Unione Europea, che non la voleva. Ankara, guidata da islamisti moderati, fu costretta a riscoprire le radici imperiali ottomane. Mentre la stella degli Usa tramontava nel mondo e quella della Cina non era ancora all’apice, nacque la Federazione Turca. Un processo storico brevissimo. La Siria, governata dagli Alauiti, nel frattempo era crollata. Una parte venne annessa all’Iraq (successivamente Repubblica Democratica di Mesopotamia), nell’altra parte venne proclamata la Repubblica Islamica di Aleppo. E Israele ?  I Palestinesi in Cisgiordania avevano rinunciato a costituire il loro stato. (…) I coloni che abitavano la Cisgiordania sognavano il Grande Israele, non uno stato comune con gli Arabi. A Tel Aviv…se vogliono facciamo una federazione tra i due Stati. (…) Insorse Gerusalemme (di destra): mai coi Palestinesi, neanche in una federazione. Insistevano i Palestinesi o si fa uno stato solo, o niente. E gli abitanti di Tel Aviv…per salvare il salvabile, stacchiamoci dai coloni, dai religiosi di Gerusalemme, dagli Arabi della Galilea...”

Affascinante come ipotesi. Se ci fermiamo un attimo a riflettere il panorama descritto da Goldkorn non è affatto risibile ed anzi potrebbe avere risvolti reali.

E’ interessante anche la fotografia che fa Goldkorn della Turchia (vero e proprio perno geopolitico di questo futuribile scenario): “La Federazione Turca era un ibrido. Uno stato vero (la Turchia vera e propria) legato da vari accordi a un sistema di staterelli vassalli (dalla Repubblica Islamica di Aleppo, perennemente impegnata a tentare di pacificare il riottoso territorio di Beirut). Nell’orbita dei turchi, ma come alleato, lo Stato della Palestina. E il fiore all’occhiello del nuovo impero: il Libero Territorio di Tel Aviv-Giaffa“.

Curioso come solo qualche mese fa l’integralista Fiamma Nirenstein nella sua continua opera di monitorizzazione della sua “patria” così parlava preoccupatissima di Erdogan: “Adesso Erdogan, nel discorso delle vittoria del 12 giugno, ha spiegato a che serve tutto questo: “Credetemi, Sarayevo oggi ha vinto altrettanto quanto Istanbul, Beirut tanto quanto Izmir, Damasco quanto Ankara; Ramallah, Nablus, Jenin, il West Bank, Gerusalemme, hanno vinto altrettanto quanto Diyarbakir”. Tutte le città che rappresentano il secondo termine di paragone sono turche. Tutte le prime, sono poli dell’Impero Ottomano. Sarayevo è stata un emblema della conquista ottomana (…)  Ma gli altri riferimenti sono a loro volta carichi di minaccia, la chiama per nome delle cittadine palestinesi di Ramallah e Jenin, nella Cisgiordania, suggeriscono una profonda familiarità padronale. La inclusione nella sua lista di Gerusalemme capitale di Israele (la chiama naturalmente Al Quds) gli serve a dichiarare la nullità della presenza ebraica se non come dhimmi, ovvero di sottoposti, come fu ai tempi dell’impero Ottomano. Damasco poi è stata per Erdogan meta di viaggi che hanno stretto un’alleanza con Bashar Assad di cui ora Erdogan non sa più che fare: meglio pensare all’impero Ottomano che ai mille accordi presi con Assad, punto focale del grande spostamento turco in politica internazionale. Il fulcro è l’Iran, che la Turchia ha difeso dalle sanzioni all’ONU nel 2010. Erdogan, anche in risposta alla politica di rifiuto da parte europea e in ragione della sua ispirazione islamica, ha in questi anni spostato l’asse della sua azione internazionale dall’occidente al mondo islamico. Il suo eccitato odio per Israele, bandiera di un cambiamento totale dato che Turchia era amica dello Stato ebraico, è la migliore propaganda del nuovo asse turco. Erdogan la gestisce con calcolo e astuzia: ha insultato Shimon Peres a Davos, ha spedito a Gaza la prima flottilla, ancora non è chiaro cosa farà con la seconda, cerca di riabilitare Hamas…

Gli eventi che l’attualità rincorre con l’escalation Siriana parlano di un Bashar Assad sempre più sotto pressione.

Volendo evitare l’attacco di terra (peraltro senza nessun tipo di ragione “formale”) gli Occidentali cercano la disgregazione della Siria dall’interno, potendo contare su un’opposizione come testa di ponte. Il film che stiamo vedendo a Damasco è sicuramente diverso da quello libico e le bombe esplose ieri potrebbero accelerare i disordini a Damasco. A questo punto la Turchia è alla finestra e vede con interesse quanto sta accadendo a Damasco pregustando un nuovo territorio che potrebbe passare sotto la propria influenza.

Curioso come Goldkorn nel suo articolo non menzioni l’Iran.

A tal proposito, non contravvenendo alla nostra continua opera di controinformazione,è interessante rileggersi alcuni passi del discorso che il premier israeliano Benjamin Netanyahu lo scorso 5 marzo ha rivolto all’American Jewish Public Affairs Committee (AIPAC): “Naturalmente, il miglior esito sarebbe che l’Iran decidesse di abbandonare il suo programma di armamenti nucleari in modo pacifico. Nessuno più di me e del popolo di Israele sarebbe lieto se l’Iran smantellasse il suo programma. Ma fino ad ora ciò non è avvenuto. Per quindici anni abbiamo avvertito che un Iran dotato di armamenti nucleari è un serio pericolo per il mio Paese e per la pace e la sicurezza del mondo intero. Nell’ultimo decennio, la comunità internazionale ha tentato con la diplomazia. Non ha funzionato. Per sei anni, la comunità internazionale ha applicato delle sanzioni. Non hanno funzionato nemmeno queste. Io apprezzo i recenti sforzi del presidente Obama di imporre sanzioni ancora più dure all’Iran. Queste sanzioni stanno danneggiando l’economia dell’Iran, ma sfortunatamente il programma nucleare iraniano sta andando avanti. Israele ha pazientemente atteso che la comunità internazionale risolvesse il problema. Abbiamo aspettato che la diplomazia lavorasse. Abbiamo aspettato che le sanzioni lavorassero. Nessuno di noi può permettersi di aspettare ancora molto. Come primo ministro di Israele non lascerò mai vivere il mio popolo sotto la minaccia dell’annientamento

Che l’intenzione di Israele sia questa ce lo conferma la stessa Nirenstein il 10 Marzo su Il Giornale: “Il presidente avrebbe trovato l’accordo con Netanyahu. Attacco rimandato a dopo le elezioni in cambio di armi. Tempo in cambio di mezzi: questo sembra essere il vero accordo segreto raggiunto fra gli Usa e Israele a Washington la settimana scorsa.

Ipotesi avvalorata da un altro passo del discorso di Netanyahu: “Ma questa è la mia opinione: anche il popolo ebraico è oggi diverso. Oggi abbiamo un nostro Stato. E lo scopo dello Stato ebraico è difendere la vita degli Ebrei e di assicurare il futuro di Israele. Mai più cesseremo di essere padroni del nostro destino e della nostra sopravvivenza. Mai più. Per questo ragione, Israele deve sempre avere la capacità di difendersi, di difendersi da solo, da qualsiasi minaccia. Apprezziamo molto la grande alleanza fra i nostri due Paesi. Ma quando si tratta della sopravvivenza di Israele, dobbiamo sempre restare padroni del nostro destino”.

Evidentemente Goldkorn nella sua “fantaprevisione” prevede l’annientamento dell’Iran.

J.G.

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Testo a cura di SocialismoNazionale

Ripubblicato da TerraSantaLibera.org

al link http://wp.me/pVY5r-IO

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