Conoscenza Elementare dell’islam Contemporaneo e del Mondo Arabo

CONOSCENZA ELEMENTARE DELL’ISLAM CONTEMPORANEO E DEL MONDO ARABO

Per capire quel che succede oggi nel Vicino-Medio Oriente e nel mondo globalizzato

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 La cultura e teologia classica islamica si è formata in Arabia (alla Mecca e a Medina) nel VII secolo, poi (VIII/XIIII secolo) si è trasferita in Siria (a Bosra e Damasco), in Egitto (al Cairo) e in Iraq (a Baghdad e Bassora). Verso la fine del XIII secolo ha conosciuto la decadenza e verso la fine del Settecento, con la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto (1798), ha conosciuto l’irruzione della modernità illuministica europea. Infatti se da una parte Napoleone inaugura in Europa e soprattutto in Francia la “questione orientale”, dall’altra parte i musulmani scoprono la cultura europea moderna ed illuministica.

Dopo il crollo dell’impero ottomano (1917) e lo spezzettamento del mondo arabo in colonie anglo/francesi, verso la prima metà del Novecento si è assistito ad una rinascita (“nahda”) del mondo arabo sotto forma di nazionalismo sociale anche per reazione all’innesto forzato dello Stato d’Israele nel 1948 in Palestina. Ma con il crollo dell’Urss (1990) si è andata formando un’ideologia radicale islamista, antinazionalista e antiaraba, finanziata dagli Usa e da Israele, che dal 2003 in Iraq e dal 2011 con le “primavere arabe” sta espandendo nella penisola arabica un nuovo mondialismo medio-orientale.

In un primo momento nel mondo islamico è prevalso un certo fascino nei confronti della modernità, mentre il rigetto e la lotta anche violenta saranno successivi. L’Egitto è il primo Paese islamico ad inviare in Francia una equipe di 40 studiosi (1826-31) ad imparare le scienze esatte, la tecnica e la letteratura per poterle applicare all’avanzamento socio-politico dell’Egitto, senza voler rinunziare alle proprie tradizioni, alla propria cultura e religione.

L’imàm del gruppo di studiosi egiziani sbarcati in Francia si chiama Rifà ‘a Rasì al-Tahtawì (1801-1873) ed è, dunque, il caposcuola di questo stato di spirito di apertura dell’islam egiziano alla modernità illuministica francese in vista dell’emancipazione sociale ed economica della propria Nazione.

Tuttavia l’emancipazione sociale del mondo musulmano era vista sempre alla luce del rinnovamento e della rinascita dell’islam e non in contrapposizione ad esso. Quindi lo studio della scienza e della tecnica europee avrebbero dovuto essere fatte in sintonia con un ritorno alle fonti e alle origini dell’islam, che nei secoli XI e XII ha dato notevoli frutti di ricchezza culturale, letteraria, filosofica teologica e scientifica, ed avrebbe dovuto essere impiegata dalle Nazioni arabe per risolvere i problemi politici e sociali nei quali versavano nel XIX secolo.

La distruzione di Baghdad nel 1258 ad opera dei Mongoli ha segnato la fine della cultura araba, che nel Mille e Millecento ha conosciuto il suo periodo d’oro (con pensatori e capi spirituali o “imàm” profondi supportati da Stati forti e centralizzati) e dopo il 1258 è decaduta da cultura cosmopolita a religiosità popolare, rurale e regionale tenuta viva dalle confraternite (“turuq”), che hanno diviso interiormente il mondo arabo, ulteriormente spezzettato geopoliticamente dopo la caduta dell’impero ottomano (1917) dall’Inghilterra e dalla Francia.

Però l’introduzione tardiva della modernità filosofica soggettivista, relativista e razionalista nei Paesi islamici, non conciliabile con la loro tradizione religiosa, generò un turbamento traumatico nelle popolazioni del vicino e medio oriente, anche a causa del colonialismo anglo-francese, il quale non è stato accettato dal mondo arabo perché più propenso a sfruttare economicamente che a civilizzare e ad evangelizzare.

Padre Charles de Foucauld (1858-1916), missionario in Algeria e Marocco, aveva spiegato bene alle autorità francesi il pericolo di un colonialismo principalmente materiale e sfruttatore non apportatore di cultura e Vangelo, incapace di conquistare le menti e le volontà degli arabi: «Occorre che l’annessione geografica e materiale sia seguita da quella spirituale» (R. Bazin, Charles de Foucauld. Esploratore del Marocco, eremita nel Sahara, Milano, Paoline, 2005, p. 283). In breve occorre portare agli arabi il Vangelo, che possiede il potere di cambiare  le anime nel profondo, e non il solo benessere materiale poiché gli arabi sono ancora immuni dal razionalismo illuministico e sono tuttora profondamente ordinati al Trascendente, perciò disprezzano l’ateismo e l’agnosticismo.  Purtroppo l’Europa moderna (ad eccezione dei missionari inviati dalla Chiesa e non supportati dal potere statale laicista) ha portato nel mondo arabo la cultura illuminista, agnostica, lo sviluppo tecnologico e non è stata accettata dagli arabi, anzi è stata pian piano odiata e non del tutto ingiustamente.

Di fronte all’intrusione improvvisa della modernità illuministica europea nel mondo arabo del XIX secolo, molti si comportarono come “pappagalli”, che scimmiottavano il liberalismo napoleonico, senza cercare di capirne il significato, senza distinguere ciò che era conforme alla verità e ciò che non lo era, come è successo in Europa dopo il 1945 nei confronti della moda americana.

Tutto ciò ha portato alla nascita del wahabismo, del salafismo, della Fratellanza musulmana e del radicalismo ideologizzato e politicizzato della cultura araba e della religiosità di un certo islam fondamentalista (che è una ‘orto-prassi’ legalistica e moralistica farisaica più che un’ortodossia teologica dogmatica), il quale è entrato in conflitto sia con il sunnismo e lo sciismo tradizionali sia con il nazionalismo sociale del baathismo siriano e irakeno, sia con il nasserismo egiziano del XIX-XX secolo.

Verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento gli intellettuali arabi studiano il pensiero moderno europeo alla luce della rinascita (“nahda”) islamica e si forma una visione politica nazionale e panaraba comprensiva delle varie entità musulmane, che prevale sulla componente strettamente religiosa islamica senza rinnegarla, ma partire dagli anni Cinquanta del Novecento questa visione panaraba sarà combattuta dal pensiero o meglio dall’ideologia rivoluzionaria politica (“thawra”).

Il pensiero sociale panarabo, prevalentemente politico senza essere areligioso, paragonabile al ghibellinismo o al fascismo italiano ed europeo e quindi diverso sia dal marxismo ateo e materialista sia dell’integrismo religioso, ha cercato di amalgamare tutti i musulmani in una riunione di Stati autoritari e nazionalisti arabi di ispirazione islamica, ma non religiosamente integralisti, per riportare il mondo e la cultura araba ad un alto livello, già toccato nell’XI-XII secolo. Questa corrente panarabista ha avuto due pensatori fondamentali: al-Afghanì (1839-1897) e ‘Abduh (1849-1905), i quali guardavano all’islam come cemento della riunificazione e della rinascita (“nahda”) culturale e politica del mondo arabo, in cui l’elemento politico e nazionale arabo ha il primato su quello strettamente religioso islamico.

Il nazionalismo sociale arabo era persino tollerante nei confronti dei cristiani che erano accetti nella edificazione della cultura dello Stato arabo. Si vedano la Siria, l’Iraq, la Tunisia, la Libia e l’Egitto. La Nazione e lo Stato arabo è visto anche come strumento di emancipazione dal dispotismo turco-ottomano.

Tuttavia questa corrente di pensiero è stata avversata da pensatori o ideologi islamisti radicali (“thawra”, rivoluzione) e fondamentalisti religiosi, che a partire dal salafismo di Rashid Ridà (1865-1935), all’inizio “moderatamente aperto alla modernità”, ma sempre nell’ottica di un ritorno alle fonti, ossia alla purezza originaria dell’età d’oro dell’islam, poi sempre più estremista con al-Razìq, che rifiuta addirittura tutte le innovazioni sopraggiunte nell’epoca posteriore all’islam originario dei primi pii antichi (“salafiyyìn”) maomettani, con la ‘Fratellanza musulmana’ di al-Bannà (1906-1949), hanno polemizzato con il nazionalismo arabo e dato nascita alla rivoluzione (“thawra”) qaedista e jihadista e alla lotta attuale contro i regimi nazionalistici panarabi o musulmani laici in Iraq, Egitto, Libia, Tunisia e Siria.

Perciò si scontrano, a partire dal XIX secolo, tre tipi di islamismo: il primo delle confraternite (“qutub”), che hanno frammentato le nazioni ed hanno provocato la decadenza della cultura araba rurarizzandola; il secondo del nazionalismo laico-patriottico d’ispirazione religiosa islamica (“partito social-nazionalista Baath”), ma non integralista, ed infine il terzo fondamentalista e jihadista, che lotta ad intra contro i regimi nazionalistici panarabi, ma nello stesso tempo è foraggiato ad extra dagli Usa, dall’Arabia saudita e da Israele, pur dicendo di rifiutarli.

L’idea dello Stato-Nazione è vista dal nazionalismo panarabo in termini di liberazione dal giogo schiavista turco-ottomano e coloniale-illuminista franco-britannico ed è stata elaborata da intellettuali arabi, sia musulmani che cristiani. È proprio questo che il fondamentalismo wahabita e salafita non accetta e combatte con ferocia oggi in Siria e ieri in Iraq (1990, 2003), Libia, Tunisia (2011) ed Egitto (già a partire da al-Sadat ucciso dagli integralisti nel 1981) e vuol rimpiazzare il concetto di patria (“biladì”) e di “tradizione laica arabo/islamica” (“turàth”) con quello di rivoluzione armata (“thawra”).

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Il nazionalismo panarabo è laico e non laicista, né integralista, ossia ha cercato di costruire lo Stato come condizione per la rinascita (“nahda”) della cultura araba, servendosi della religione islamica quale principale fattore aggregante delle diverse nazioni arabe e del singolo Stato non rifiutando l’apporto secondario dei cristiani, ma senza arrivare a forme di islamismo radicale e fondamentalista, che vuol imporre soprattutto l’islam in tutto il mondo con la spada ed instaurare una sharia mondiale.

Il conflitto attuale in Siria si combatte oramai da tre anni, quanto alla base o alla manovalanza, soprattutto tra l’islamismo radicalmente e integralmente religioso (il wahabismo qaedista) contro la concezione laica, nazionalistica e politica dello Stato arabo d’ispirazione islamica (il regime di Bashar al-Assad), che si fonda sul trinomio “Stato, Partito, Nazione”, il quale è ritenuto blasfemo e idolatrico dall’integralismo religioso islamista poiché tenderebbe a divinizzare la nazione, il partito e la patria, mentre solo Allah e il Corano son divini per il wahabismo, il quale, tuttavia, divenendo un’ideologia militare e politicizzata è stato definito “un islam senza Dio”, che viene rimpiazzato dalla rivoluzione armata (“thawra”) islamica, la quale ha preso il posto di quella sovietica dopo il crollo dell’Urss nel 1989.

Per sintetizzare e semplificare, senza distorcere, si può dire che l’islamismo fondamentalista o integralista rende la religione islamica un’ideologia rivoluzionaria (“thawra”) antinazionalista, paradossalmente mondialista e “antiaraba”, che contesta lo Stato arabo/islamico per instaurare la sharia o legge coranica universale e globale. È per questo che il mondialismo o la globalizzazione del Nuovo Ordine Mondiale giudaico-americanista va d’accordo con il wahabismo e lo finanzia dall’alto, senza che la bassa manovalanza dei ribelli armati lo sappia, nella lotta attuale  contro la Siria, come nel 1981 arrivò all’assassinio di al-Sadat in Egitto, nel 2005 a quello di Saddam in Iraq e nel 2011 a quello di Gheddafi in Libia.

L’islam attuale e religiosamente radicale non si fonda più sui teologi (“ulama”, in farsi “ayathollàh”), i quali hanno avuto in Egitto eccellenti università e scuole di pensiero filosofico/teologico, ma sull’ideologo militante e contestatore, il quale è l’inquisitore dello Stato/Nazione /Patria arabo-musulmana non ritenuto più elemento di coesione, ma idolo che va abbattuto in nome della sharia e del puro islam, che si fonda solo su Allah e il Corano. Ecco perché lo Stato siriano è combattuto dalla contestazione religiosa radicale islamica, che non implica tanto un discorso di fede, ortodossia o teologia quanto un’orto-prassi ideologico-rivoluzionaria simile a quella farisaico/talmudica, la quale ha come maestri principali due ideologi: il pakistano al-Mawdudì (1903-1979) e l’egiziano Qutb (1906-1966).

Vi è pure una certa somiglianza dell’islamismo ideologia radicale con il collettivismo marxista in quanto il primato della contestazione islamica, secondo Mawdudì, deve portare alla rinunzia dell’individualità poiché il singolo individuo è completamente assorbito nella rivoluzione islamica e scompare, come deve scomparire lo Stato arabo anche se d’ispirazione musulmana poiché la Nazione sarebbe un freno e un ostacolo alla rivoluzione totale e permanente islamica, che in ciò è tributaria del trozkismo come lo è il neoconservatorismo americano.

Occorre pertanto, secondo Mawdudì e i “muftì” o dottori della legge del wahabismo saudita, esportare dal Pakistan la sharia islamica in tutto il globo e non arrestarsi in una Nazione e neppure alla penisola arabica. Infatti sono proprio il Pakistan, l’Afghanistan e l’Arabia saudita ad inviare i ribelli combattenti in Siria e a rifornirli di armi assieme agli Usa e ad Israele.

Lo Stato, secondo l’ideologia islamista radicale, può essere utilizzato per un certo tempo al fine di esportare la rivoluzione islamica nel mondo intero perché esso è solo un momento storico della rivoluzione islamica permanente e totale, come vuole il trozkismo per la rivoluzione comunista.

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Come si vede il wahabismo contiene due facce apparentemente contraddittorie: 1°) l’eversione politica rivoluzionaria armata antinazionalista e mondialista e 2°) un forte conservatorismo religioso di stampo farisaico/calvinista, proprio come il neoconservatorismo americano. Plutocrazia democratica angloamericana, giudaismo farisaico, calvinismo massonico liberista neocon, bolscevismo – specialmente trozkista – e islamismo radicale sono le diverse sfaccettature del medesimo prisma o i tentacoli di un’unica piovra, che San Giovanni chiama la “sinagoga di satana” (Apoc., II, 9). Il mondialismo oggi aggredisce il globo da ovest (patto atlantico) e da est (qaedismo jihadista), avendo l’islamismo ideologico rimpiazzato il bolscevismo sovietico crollato nel 1990.

Filoramo spiega molto bene che “sarebbe un errore analizzare l’islam politico rivoluzionario come un ripetitore della tradizione, perché la tradizione non esiste più” (cit., p. 319). Mawdudì ha ideologizzato e rivoluzionato la “teologia” islamica, separandola dalla tradizione e rendendola “un islam millenarista senza Dio” come lo era il comunismo; a quest’ideologia islamistica si richiamano tutti  i movimenti musulmani radicali dell’islam contemporaneo.

La lotta rivoluzionaria propugnata da Mawdudì si realizza nella jihad, la quale più che guerra “santa” è diventata una guerra “rivoluzionaria”: essa combatte, in maniera quasi anarchica, tutte le forme di sottomissione al potere umano, alla Nazione tranne che ad Allah e tende alla instaurazione del regno di Allah su tutto il globo mediante la sharia. Mawdudì è il teorico della globalizzazione o del mondialismo islamico come “islamizzazione integrale della società e progetto totalizzante, il quale va accettato o rifiutato per intero” (G. Filoramo, p. 321).

Il nazionalismo panarabo è visto dal fondamentalismo islamico come la decomposizione della sharia musulmana universale e totale, che viene presentata dagli ideologi jihadisti come una “fratellanza universale”. Lo Stato è solo un mezzo temporaneo per giungere al fine, che è la sottomissione del mondo intero all’islam mediante la jihad, che si basa soltanto sul Corano, la Sunna e Maometto, profeta di Allah. La sharia è tutto, è il fine e presuppone che la società sia totalmente islamizzata.  Sayyid Qutb († 1966) radicalizza ancor di più l’ideologia di Mawdudì († 1979) e di al-Bannà († 1949) e promuove la distruzione dell’islam laico nazionalista, sorto dal crollo dell’impero ottomano, per rimpiazzarlo con “la guida del genere umano da parte dell’islam radicale” (G. Filoramo, p. 333).

Il nazionalismo arabo anche se d’ispirazione musulmana, ma non integralista è il fattore scatenante del radicalismo islamico wahabita jihadista, che lotta innanzitutto contro il nemico interno al mondo arabo (il nazionalismo baathista) e solo dopo contro l’occidente, dal quale tuttavia viene finanziato e si impelaga in “una jihad mondiale e permanente [di tipo trozkista, nda], fondata su una comunità di guerrieri in permanenza” (G. Filoramo, p. 334). Gli “autori” ed attori principali dell’islam radicale contemporaneo non sono più gli studiosi o i teologi, ma gli imam ululanti e i militanti ideologizzati di un islam guerriero e volto (1° alla  delegittimazione cruenta degli Stati nazionalisti arabi e (2° alla lotta puramente verbale e teorica contro l’occidente

Si può fare un paragone con l’infiltrazione, durante gli anni Settanta, dei servizi segreti atlantici in Italia, che manovravano l’estremismo extraparlamentare sia di destra che di sinistra (all’insaputa della bassa militanza). Ogni militante italiano era allora convinto di portare avanti la propria lotta, ma era solo una pedina nelle mani dell’intelligence atlantica. Così oggi la base dei jihadisti è convinta di combattere la guerra “santa” contro il nazionalismo panarabo e l’occidentalismo, ma è manovrata da quest’ultimo per dividere il mondo arabo e il vicino/medio oriente per poterlo dominare più facilmente, secondo l’antica massima “divide et impera”.

L’effetto paradosso dell’islam radicale è proprio questo: mentre dice in teoria di rifiutare l’occidente dal quale è foraggiato, in pratica si fa vettore di ciò che asserisce di rifiutare, 1°) non solo perché l’occidente e specialmente gli Usa hanno finanziato e armato i jihadisti, 2°) ma perché hanno reso, inavvertitamente, l’islam una pura prassi ideologica politica rivoluzionaria, avendo cancellato la teologia e la teoresi degli ulamà e studiosi islamici classici, ed infine 3°) spingono verso la mondializzazione e globalizzazione in quanto la destabilizzazione dei regimi e degli Stati autoritari arabi, laici ma non atei, favorisce la ricostruzione di una comunità che, volente o nolente, s’incammina verso la globalizzazione del Nuovo Ordine Mondiale (cfr. G. Filoramo, pp. 373-375).

Se gli Usa tramite la jihad islamista radicale riuscirà ad abbattere anche i regimi della Siria, del Libano e dell’Iran dovrà poi confrontarsi con l’iper-terrorismo islamista radicale, il quale si presenta come il Nuovo Ordine Mondiale dell’est, che ha rimpiazzato l’Urss. Ma essendo i militanti terroristi comandati dai Saud pronti, come i sadducei, a venire a patti con l’occidente, gli Usa pensano di non dover soffrire troppo da costoro. Tuttavia resta l’ostacolo della Russia di Putin e l’enigma cinese, ammesso e non concesso che Siria, Libano e Iran siano vinti.

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Come al-Ghazalì nel XII secolo tarpò le ali alla cultura araba e i Tartari nel 1256/58, con l’invasione della Persia e la distruzione di Baghdad, compirono l’opera di arretramento della speculazione araba, così oggi i wahabiti e i jihadisti cercano di rigettare il mondo arabo, che aveva conosciuto una certa ripresa nella prima metà del Novecento, grazie ai regimi nazionalistici e sociali (Iraq, Egitto, Libia, Tunisia e Siria), nel caos dal quale dovrebbe uscire l’ordine massonico del mondialismo ebraico-americanista (“ordo a caos”).

Purtroppo l’Europa, avendo smarrito la sua identità nel 1945, si trova oggi come un vaso di coccio in mezzo a due vasi di ferro (americanismo e islamismo) e imita pappagallescamente o l’americanismo o l’islamismo radicale. Essa deve ritrovare le sue origini, le sue radici, la sua anima per tornare ad essere se stessa e non lo scimmiottamento dell’occidente atlantico o dell’oriente islamico. Ci troviamo di fronte ad un bivio: o tornare alle nostre fonti (la cultura greco-romana e cristiana patristico-scolastica), oppure seguire come un gregge la moda dominante sia essa americanista o islamista radicale. Un autore di origine israelitica e di tendenza socialista, ma che conosce molto bene la storia medievale, Jacques Le Goff, ha scritto: “l’Europa risorgerà solo se terrà conto della sua storia: un’Europa senza storia sarebbe orfana. Poiché l’oggi discende dallo ieri e il domani è il frutto del passato. L’avvenire deve poggiare sull’eredità che sin dall’antichità hanno arricchito l’Europa”.

Per cui, a mo’ di conclusione, quando si parla di vicino/medio oriente, di mondo arabo e di islam, occorre distinguere – per non cadere nell’irenismo confusionario e pasticcione o nel semplicismo falsario – 1°) la religione musulmana originaria, che nega la divinità di Cristo e la Trinità delle Persone nell’Unità della Natura divina (ed è inconciliabile teologicamente con il Cristianesimo) dalla cultura “araba”; 2°) questa non è la “barbarie”, ossia il “beduinismo” rozzo e ignorante o il “jihadismo” feroce e militante, come i sionisti e i neocon vorrebbero farci credere, ma essa ha avuto notevoli pensatori e scuole di pensiero letterario, scientifico, filosofico e teologico; 3°) inoltre vi è un islam nazionalista, sociale, moderno e contemporaneo, che non è solo “scimitarra conquistatrice”, ma è moderatamente “tollerante” verso le altre culture e religioni, specialmente il Cristianesimo;  questo tipo d’islam è sorto anche come reazione allo spezzettamento voluto dall’Inghilterra e dalla Francia della penisola arabica (dopo il crollo dell’impero ottomano) a favore del colonialismo prevalentemente affaristico/materialistico anglo/francese e del sionismo, cui nel 1917 la GB promise una “casa nazionale” in Palestina e al quale fu concesso uno Stato nel 1948 da Stalin e dagli Usa, che ha svolto una vera e propria “pulizia etnica” nei confronti degli “arabi” o non-ebrei ed è l’origine della rivolta del mondo arabo anche “laico” contro il mondo atlantico/sionista. In breve, arabo non è sinonimo di barbaro/aggressore e giudeo/americanismo calvinista non è sinonimo di civiltà o cultura apportatrice di pace e libertà.

Etienne Gilson ha scritto: «la  filosofia medievale in occidente ha avuto un ritardo di circa un secolo su quella delle corrispondenti filosofie arabe e ebraiche. […]. La speculazione ellenica beneficiò della diffusione della religione cristiana in Mesopotamia e in Siria. La “Scuola di Edessa” Mesopotamia, fondata nel 363 da sant’Efrem di Nisibis in Siria (306-377), insegnava Aristotele. […]. Quando la “Scuola di Edessa” fu chiusa, nel 489, i suoi professori passarono in Persia. […]. Nel momento in cui l’islamismo sostituisce il cristianesimo in oriente, il ruolo dei Persiani come agenti di trasmissione della filosofia ellenica appare con perfetta chiarezza. […] I lavori di Aristotele vengono tradotti direttamente dal greco in arabo . Così le scuole siriache sono state  l’intermediario attraverso il quale il pensiero di Aristotele è giunto agli Arabi, poi agli Ebrei e quindi ai filosofi della Cristianità. […]. I filosofi arabi sono stati maestri dei filosofi ebrei, la cultura arabo-musulmana ha gettato nella cultura ebraica del medioevo un pollone estremamente vivace e vigoroso» (La filosofia nel Medioevo, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1973, p. 414-416 e 444).

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d. Curzio Nitoglia

14/01/2014

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TerraSantaLibera reloaded at: https://terrasantalibera.wordpress.com/2014/02/12/conoscenza-elementare-dellislam-contemporaneo-e-del-mondo-arabo/

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